C’è una frase che sento spesso, pronunciata con un misto di stupore e leggero fastidio: ma quindi tu… pubblichi le foto? No. Pubblico le foto come un’infermiera mette la flebo. Un tantino riduttivo, e soprattutto si tratta di un modo elegante per rendere invisibile tutto il ragionamento che sta prima di premere pubblica.
La gestione social media di un’azienda, la vera gestione, non il compitino del venerdì fatto tra un caffè e l’altro, è un lavoro che consiste per l’ottanta per cento in cose che non si vedono. Si vede il post; non si vede il motivo per cui quel post esiste, quel giorno, con quelle parole, in quel formato, e non uno diverso pubblicato tre giorni prima con la stessa disinvoltura.
Capiamoci subito su una cosa, perché è il malinteso che genera tutti gli altri: chi pensa che gestire i social significhi “avere buon gusto e un po’ di tempo libero” sta confondendo l’ultimissima porzione del lavoro con il lavoro intero. È come giudicare un ristorante dal colore del tovagliolo.
Gestione social media: cosa c’è prima del post
C’è una strategia, parola che suona pomposa esattamente quanto è concreta: cosa vuole ottenere questo profilo? Più contatti commerciali? Più autorevolezza? Più senso di appartenenza in chi segue? Sono tre obiettivi diversi, che richiedono tre linguaggi diversi e no, non puoi averli tutti e tre insieme senza diluire il messaggio fino a renderlo acqua fresca: il tipo di contenuto che non disturba nessuno e non convince nessuno, il peggior risultato possibile per il tempo investito.
C’è un’analisi di cosa ha funzionato e cosa no, non per gusto statistico, ma perché ripetere lo stesso errore con costanza settimanale non è strategia, è autolesionismo travestito da piano editoriale. C’è la scelta del tono di voce, che deve restare identica che tu stia scrivendo una didascalia allegra o rispondendo a un commento sarcastico delle 23:47 di un martedì, perché niente uccide la credibilità di un brand come un profilo che sembra gestito da tre persone con tre umori diversi a seconda della circostanza.

C’è anche, spesso ignorato, il lavoro di calendarizzazione reale: capire cosa pubblicare quando c’è un evento di settore, quando c’è una festività che il brand può cavalcare senza sembrare disperato e quando invece conviene tacere perché anche il silenzio, sui social, è una scelta e non un vuoto lasciato per pigrizia.
Cosa c’è dopo il post
C’è la lettura dei dati, che non significa guardare i like con un interesse quasi maniacale, ma capire se la reach cala perché l’algoritmo ce l’ha con te, raro, anche se è un alibi di gran moda, o perché il contenuto è debole, quasi sempre, e molto più scomodo da ammettere a te stessa prima ancora che al cliente.
C’è la gestione della community, che vuol dire rispondere ai commenti con la stessa cura con cui è stato scritto il post, non con un “Grazie! 😊” che potrebbe averlo scritto un bot abbandonato nel 2019 e che di fatto comunica: non mi importa abbastanza di te da scrivere una risposta vera. E c’è, alle volte, la parte meno raccontabile: rispondere con calma a un commento aggressivo o scomodo alle nove di sera di sabato, mentre chi ha scritto quel commento probabilmente non ci penserà più tra un’ora, ma il brand quel tono se lo porta dietro per mesi.

C’è, infine, la parte più ingrata: il reporting. Tradurre numeri grezzi in decisioni comprensibili per chi, giustamente, non ha voglia di leggere una tabella piena di percentuali per capire se sta impiegando bene le proprie risorse.
Quindi cosa faccio, esattamente?
Faccio in modo che il tuo profilo social smetta di essere un diario di bordo e diventi un canale che produce interesse. Il post è solo la punta visibile: sotto c’è metodo, dati, e una buona dose di pazienza nel dire “no, quella grafica non la mettiamo, non funziona con l’obiettivo che ci siamo dati”, anche quando quella grafica piace moltissimo a chi l’ha proposta durante la call.
Se vuoi vedere come funziona nella pratica, qui trovi il servizio di gestione social.